Leonardo Sinisgalli/1

L'avventura di un Moro

Leonardo Sinisgalli
L'AVVENTURA DI UN MORO

Leonardo Sinisgalli, nel panorama artistico del Novecento, è stato un intellettuale anomalo, policefalo,
ricco d'estro. La sua parabola culturale e individuale è stata tra le più ampie e suggestive.
La sua ricerca è stata mobile e irrequieta, penetrante e moderna, sfuggente ad ogni classificazione.
Partendo da una dimensione arcaica si è librato altissimo lungo orizzonti sconfinati, mai battuti. Una
mente lucidamente europea che ha dialogato con spregiudicatezza con i grandi del suo secolo.
Un genio nato, come scherzo del destino, nel silenzio e nella miseria di una delle regioni più desolate d'Italia,
la Basilicata "terra di mamme grasse e di padri lustri come scheletri, dove il grano cresce a stento".
Anche per questo la sua storia personale ha il fascino antico dell'avventura.
Montemurro, l'infanzia, la famiglia
Leonardo Sinisgalli nacque a Montemurro, nella "dolce provincia dell'Agri", il 9 marzo del 1908, da Carmela Lacorazza (1882-1943) e Vito Sinisgalli (1878-1953). Terzo di sette figli (Caterina, Anna, Leonardo, Angela che diventerà suor Crocifissa, Enza, Sara, che morirà di meningite a 13 anni, e Vincenzo), visse nel piccolo borgo un'infanzia tanto felice e spensierata da incidere profondamente sulla sua formazione e sulla sua personalità. La gran parte delle poesie e delle prose narrative verterà su questo indimenticabile periodo. Nel 1911 il padre, come tanti, emigrò verso le Americhe, Brooklyn prima, Barranquilla in Colombia poi, dove esercitò, con una bottega propria e con discreto successo, l'attività di sarto, fino al rientro in Italia nel 1922.Leonardo frequentò la scuola di don Vito Santoro ed è proprio il maestro, affascinato dalle straordinarie capacità del ragazzo, a consigliare la madre affinché il figlio continuasse gli studi. La decisione fu molto sofferta, sia per Carmela, che considerava Leonardo ancora un frùscule, un cucciolo, sia per Leonardo stesso, che dopo aver "perso" il padre era costretto ad allontanarsi dall'intera famiglia e dal paese, contraddicendo quella che pensava essere la sua vera vocazione: fare il fabbro presso la bottega di mastro Tittillo.

Gli anni del collegio, la doppia vocazione
La partenza "con le tasche piene di confetti", ma con il cuore in gola, nel 1918, alla volta del Collegio Salesiano di Caserta, fu una lacerazione drammatica. Da Caserta, passò, perché ritenuto più adatto, al "Regio Istituto Tecnico" di Benevento, ospite del collegio dei Fratelli delle Scuole Cristiane "De la Salle". A Benevento frequentò l'istituto tecnico e preparò la licenza che conseguirà fuori sede, l'università, la crisi e i neutroni lenti di Enrico Fermi, l'amore per la poesia, a Napoli presso il "Regio Liceo Scientifico" della Pignasecca, per l'applicazione della Riforma Gentile che prevedeva un ulteriore esame d'obbligo dopo gli scrutini. La sua media risulterà la più alta dell'intera Campania. Gli anni di collegio furono segnati dalle prime prove poetiche e da acrobatici guizzi matematici.

L'università, la crisi e i neutroni lenti di Enrico Fermi, l'amore per la poesia
Dopo la "bellissima licenza" conseguita con voti altissimi, "risultati i più cospicui di tutta la provincia" come scrisse il preside ai genitori per complimentarsi, il 29 ottobre del 1925, Sinisgalli si iscrisse al primo anno del corso di "Matematica e Fisica" della Regia Università di Roma. Dalla solitudine del collegio passò alla solitudine delle pensioni romane (Via Cola di Rienzo, Via degli Zingari, via delle Frasche, Via Baccina, via dei Serpenti, via Milano), frequentando i corsi di illuminati maestri, come Geometria analitica con Guido Castelnuovo (1864-1952), Meccanica razionale con Tullio Levi Civita (1873-1941), Chimica generale con Nicola Parravano (1883-1938), Analisi algebrica ed Analisi infinitesimale con Francesco Severi (1879-1961), un insegnante notoriamente severissimo, superando regolarmente a giugno gli esami con voti quasi sempre brillanti. Ma, ultimato il biennio, in preda ad una crisi esistenziale, passò nel 1927 dal Seminario delle Sette Sale alla Scuola di Applicazione degli Ingegneri di San Pietro in Vincoli. Come confiderà in un'intervista a Claudio Marabini, in Le città dei poeti [Sei, Torino 1976, p. 152]: "Stavo per entrare nel gruppo degli allievi e dei compagni di Fermi ("i ragazzi di Via Panisperna") quando incontrai i primi poeti-studenti e i pittori". Nel novembre 1926, Enrico Fermi era stato nominato Professore della Cattedra di Fisica teorica dell'Università di Roma. L'istituzione di questa nuova cattedra era dovuta all'opera del senatore Orso Mario Corbino, professore di Fisica sperimentale e direttore dell'Istituto di Fisica dell'Università di Roma. Dopo aver istituito il corso, aver trovato l'insegnante, mancavano gli alunni e nella primavera del 1927, durante una lezione, Corbino rivolse un appello agli studenti del secondo anno di ingegneria con la speranza di reclutare nuovi talenti da affiancare al giovane Fermi, che considerava "il più grande fisico italiano dopo Galileo".
Edoardo Amaldi, Emilio Segrè ed Ettore Majorana passarono da Ingegneria a Fisica dopo l'appello di Corbino agli "aspiranti ingegneri" e si può presumere che quello stesso invito sia stato ascoltato, tra gli altri, anche da Leonardo Sinisgalli, che tuttavia proseguì per la sua strada e non sostenne nemmeno l'esame di Fisica con Corbino, nonostante ne avesse seguito il corso.
Il 26 novembre 1927, nel trasferirsi alla Regia Scuola di Ingegneria dell'Università di Roma, Sinisgalli iniziò un itinerario che lo avrebbe portato assai lontano da Fermi e dai ragazzi di via Panisperna.
Prima della stampa, in autoedizione, di Cuore nella primavera del 1927, Sinisgalli aveva iniziato a collaborare nel 1926 con «Il Roma della Domenica», rivista napoletana, che gli pubblica 12 poesie e con «L'Interplanetario», diretto da Luigi Diemoz e Libero De Libero.
Nel frattempo si lasciava affascinare da Laforgue, da Rimbaud e da Paul Valéry, che portava sempre con sé. I vagabondaggi in via Cavour, sede in seguito della Scuola romana di pittura, con Mario Mafai, alimentarono un profondo amore per la pittura e il disegno che lo accompagnerà per tutta la vita.
Il vero fulcro di amicizie e di incontri in questo periodo fu il Caffè Aragno con la sua Terza Saletta. Protagonisti carismatici sono Ungaretti, Cecchi e Barilli, ma anche Scipione che spesso disegnava seduto su uno di quei divani.
Senza aver completato l'università, iniziò il servizio di leva il 2 dicembre del 1930 nella Scuola Allievi Ufficiali d'artiglieria da campagna di Lucca. Si laureò il 20 novembre del 1931 in Ingegneria industriale con 60/70, discutendo su "Progetto di motore per areoplano leggero" e dopo essersi congedato (31 agosto 1932), sostenne l'esame di stato per l'abilitazione alla professione, a Padova, con la votazione 355/480.