Il centro antico di Armento è noto soprattutto per via della scoperta di reperti straordinari, come la corona d’oro di Critonio, oppure il satiro bronzeo, oggi conservati presso l’Antikensammlungen di Monaco di Baviera, ma la eccezionalità dei reperti riflette l’importanza di un’area archeologica che ricade all’interno del Parco Nazionale dell’Appennino lucano: infatti il santuario di Serra Lustrante dovette essere un importante luogo di riunione e di aggregazione delle aristocrazie locali dei centri indigeni della media valle, all’interno dell’organizzazione territoriale lucana.
Ad Armento, in località Serra Lustrante, è stato rinvenuto e scavato un sito archeologico di singolare importanza per chiarire meglio le dinamiche dei rapporti tra il mondo magno greco e indigeno tra IV e III sec. a.C.
Lo scavo, iniziato alla fine degli anni ’60 da Dinu Adamesteanu, è stato portato avanti negli anni ’90 da Alfonsina Russo.
L’area fu frequentata a partire dagli ultimi decenni del IV sec. a.C. come luogo di culto: a questo periodo si data un piccolo sacello quadrangolare con un percorso pavimentato annesso: alle spalle del sacello sono stati individuati una vasca, una cisterna e un grande pithos (giara di grandi dimensioni per immagazzinamento delle derrate o di liquidi), che sottolineano il ruolo centrale dell’acqua nell’area sacra. Il sacello trova confronti in altri contesti santuariali indigeni di IV sec. a.C. (Lavello, Satriano).
Nel III sec. a.C. il santuario viene monumentalizzato, e impostato su due terrazze raccordate da una scalinata e divise da un muro a blocchi squadrati di arenaria. Sulla terrazza inferiore, al posto del sacello, viene realizzato un edificio sacro a pianta quadrata, in asse con un altare e due basi, di cui una pertinente a una statua: attorno all’edificio viene pavimentato un nuovo percorso cerimoniale. La cisterna raccoglieva le acque canalizzate dalla terrazza superiore e da sorgive sotterranee, mentre dietro l’altare dovevano trovarsi alcuni locali di servizio, con il tetto decorato da antefisse: nel 1969 infatti fu rinvenuto un esemplare a testa di Gorgone.
Nella terrazza superiore tre grandi ambienti erano legati alla funzione cultuale dell’area: in uno dei tre vani sono state ritrovate due fosse con resti di animali sacrificali, un focolare e una banchina con tre patere con ossa di volatili.
La monumentalizzazione del santuario, con la realizzazione dell’impianto scenografico a terrazze, rientra in un quadro edilizio tipicamente ellenistico: è probabile pertanto il contatto diretto tra le popolazioni dell’interno e le maestranze magno greche: in un contesto abbastanza vicino, nella colonia greca di Heraklea, posta sul fondovalle dell’Agri, l’area sacra sviluppatasi attorno al Tempio arcaico si organizza proprio su due terrazze, pertanto non è improbabile ipotizzare l’influenza diretta della colonia.
A fine III sec. a.C. si data l’ultima fase edilizia, alla quale si ascrivono alcuni ambienti sul lato sud del santuario, mentre l’abbandono graduale del sito si data a cavallo tra III e II sec. a.C., probabilmente a seguito della definitiva romanizzazione della Val d’Agri.
Nel sacello della terrazza inferiore sono stati rinvenuti alcuni materiali particolarmente significativi, perché pertinenti agli attributi tipici di Eracle, come la clava e la leontè, ovvero la pelle del leone nemeo, trofeo della prima fatica di Eracle, con la quale l’eroe si rivestì. Altri reperti importantissimi rimandano al mondo della rinascita a nuovo vita, ma anche dell’atletismo e della caccia a inseguimento, intesa non solo come attività mitica, ma anche come arte di seduzione.
Il santuario doveva pertanto essere dedicato a Eracle, che si configura come il garante dei valori guerrieri e agonistici giovanili, nella doppia dimensione divina ed eroica. Inoltre sono attestati sia nel centro che nel sud Italia culti a Eracle legati alla transumanza dei pastori e al culto delle acque: ad Armento ci troviamo infatti di fronte a un punto di passaggio importante sui percorsi della transumanza tra i pascoli estivi dell’Appennino lucano e quelli invernali del litorale ionico.
Il rito sacrificale doveva quindi iniziare nella terrazza inferiore, con il lavaggio dell’animale sacrificale con le acque sacre e con il sacrificio sull’altare, mentre la cerimonia si concludeva nella terrazza superiore, con la consumazione delle carni dell’animale.
Dall’analisi dei materiali rinvenuti, inoltre, si può sostenere che al culto di Eracle fosse associato il culto a una divinità femminile subalterna, che potrebbe identificarsi con quella Mefite protettrice delle acque particolarmente diffusa nel contesto lucano.
Si può pensare, infine, che la monumentalizzazione del complesso sia da relazionarsi proprio alla volontà e alla necessità dei Lucani di coalizzarsi contro la presenza romana che si faceva sempre più incombente nella valle dell’Agri: la religione fu quindi il collante per una resistenza culturale contro un nemico comune.

Vedi:
1. Dalla preistoria all’età ellenistico-lucana
2. Il sito archeologico di Torre di Satriano

Fig. 1. La valle del Sauro vista dal santuario di Serra Lustrante (immagine da Russo 1995).
Fig. 2. Corredo di una tomba lucana da Armento (immagine da Russo 1995).
Fig. 3. L’altare e il sacello (immagine da Russo 1995).
Fig. 4. Gli ambienti della terrazza superiore (immagine da Russo 1995).
Fig. 5. Statuette fittili femminili (immagine da Russo 1995).

Copyright testo e immagini (ove non inseriti altri riferimenti) di Francesco Tarlano.

Bibliografia essenziale:
1. A. Russo, Bollettino di Archeologia 35-36. Armento, Roma 1995.
2. A. Russo, Il santuario di Armento-Serra Lustrante, in S. Bianco et alii (a c.), Greci, Enotri e Lucani nella Basilicata meridionale, catalogo della mostra tenuta a Policoro nel 1996, Napoli 1996, pp. 190-193.