Titolo del mestiere: Il Bottaio

Fonti di riferimento
Dal n. 6 anno IV de “La Portella”
A cura di Giuseppe Gentile

Descrizione del mestiere
I Greci e i Romani usavano le anfore di terracotta per il commercio dell’olio e del vino attraverso il Mar Mediterraneo. Furono i Celti che, assemblando le assi ricavate dal tronco d’albero, inventarono il primo contenitore da trasporto. Il mestiere da bottaio si diffuse nelle zone tipicamente vinicole, come la Puglia, dove predomina la coltivazione della vite, i vigneti anche in pianura. Sulla nostra collina, fino al primo Novecento si usavano orci e tinozze di terracotta, conche, sckèfèré, sirale, e zzirr, per conservare acqua, olio, vino e aceto. I bottai producevano in grandi quantità i contenitori da trasporto; i mastelli (teneil) in legno di abete, per le mele, per le olive e per l’uva; le bigonge, più grandi, con il fondo apribile; i barili (vèrile) di castagno, per l’acqua, per il vino e per l’olio; i barilotti (vèrelott) per pochi litri di vino che venivano portati nei campi.

Costruivano i grandi tini per l’uva pigiata, le tinozze (tine) per il bucato, e botti (vote) di piccole e medie dimensioni in legno di Rovere o di Frassino. Le grandi botti erano richieste a San Severo, dove c’erano molti maestri bottai. Questi artigiani lavoravano all’aperto; sotto gli occhi di tutti costruivano o riparavano le botti e curavano la loro manutenzione. La botte era impregnata d’acqua per far aderire con l’assemblaggio.

Il lavoro del bottaio cominciava con la sega da taglio, con cui si preparavano assicelle ricurve dalla lunghezza della botte da costruire. L’artigiano si sedeva a cavalcioni su un banco, chiamato cavalletto o spianatoio, che gli serviva anche da morsa, sgrassava con un’ascia le capruggini, poi l’affilava con la pialla. Usava grossi coltelli a due manici, raschietti a sgorbia e di rifinitura, infine, un grande piallone fissato al pavimento. Il montaggio della struttura cominciava con l’inserimento dei cerchi, che anticamente erano anch’essi di legno. In alcuni posti c’era il cerchiaio, specializzato nella costruzione dei cerchi di castagno, di betulla, o di salice, che usava coltelli da tacche a lama molto larga. Ma anche quando si cominciò la cerchiatura di ferro, si abbinavano quelle in legno, per ammortizzare gli urti e dare più consistenza ai contenitori. Assemblate le doghe con i cerchi e inumidito il fusto all’esterno, il bottaio accendeva un braciere all’interno. Il calore e il vapore davano la curvatura definitiva alle doghe. Poi si passava alla costruzione del fondo che sarà incastrato nella botte.

Lo sportellino, indispensabile per pulire la botte, veniva serrato con una traversa di legno, bloccata da una staffa di ferro la cannella, infilata nel fondo anteriore delle botti o nello sportello, serviva per spillare il vino. Lo zoffo, (stuppèle), tappo di legno o di sughero, chiudeva il cocciume rotondo, situato in alto sulla botte, dove si versava il vino. A Serracapriola (Foggia) questo mestiere e comparso da un buon numero di anni. A San Severo, invece, centro vinicolo di notevole importanza, c’è una famiglia di bottai da generazioni: I Galanti, che fino a qualche anno fa costruivano botti. Per reagire alla crisi dovuta alla diffusioni di recipienti di plastica e di vasche di vetroresina, sono passati alla costruzione di oggetti inconsueti come porta ombrelli, porta bottiglie, mobiletti-bar, per un arredamento rustico. Ma, ancora oggi, per produrre un vino DOC ci vuole una botte DOC di rovere o di castagno (contenitore ideale per favorire gli scambi gassosi fra la massa del vino e l’esterno), che tanto contribuiscono alla maturazione del prodotto.